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Gelmini's DDL - How It Is Wrong and How to Make It Right
Tuesday, 20 April 2010 23:46

gelmini_3An article by Paola Potestio * and Aldo Rustichini **

According to P. Potestio and A. Rustichini, Gelmini has paid little, if any, attention  to the nexus between research and teaching in higher education -- an issue which, they claim, is instead vital for the future of Italian Universities. Their article  draws attention to the consequences of implementing the DDL as it is -- a lame reform -- and suggests few  but, in the authors' view, fundamental revisions to make it work. 


* Paola Potestio is a Professor of Economia politica at Roma 3, and a former dean of the faculty of economics, from 1998 to September 2008.
** Aldo Rustichini is a Professor of Economics at University of Minnesota, and a member of ISSNAF.


Paola Potestio – Aldo Rustichini  (The authors write in their personal capacity)

Cosa non va nella riforma Gelmini e cosa si dovrebbe fare


Il  disegno di legge Gelmini vuole realizzare una università che fornisce in modo ben organizzato un servizio pubblico, l’educazione  terziaria, con  alcune modifiche strutturali. Noi crediamo che il decreto metta in secondo piano, o addirittura abbandoni, l’università come produzione di ricerca. Condannata a camminare su una sola gamba, l’ università italiana ristagnerà, e anche l’offerta di educazione diventerà scadente. Discutiamo perché e’ così, e cosa si può ancora fare.

Breve storia degli ultimi dieci anni. La riforma Gelmini giunge dopo un ciclo di innovazioni nella struttura dell’università italiana succedutesi negli ultimi anni. Il disegno di legge, l’opportunità che si apre al dibattito di indicare indirizzi diversi e al dibattito parlamentare di recepirli si colgono meglio se si guarda con spirito imparziale alla successione dei ministri e alla impronta che hanno dato all’università.
Le questioni affrontate nel passato (valutazione del ``prodotto’’ universitario, selezione del personale, ordinamenti didattici) sono state comuni all’azione di questi ministri. Il ministro Moratti si segnala per tre innovazioni importanti: ha avviato la valutazione sistematica della ricerca con un organismo di qualità, il CIVR, che aveva questa valutazione come compito istituzionale; ha eliminato le due idoneità dai concorsi ed è tornata al vincitore unico; ha soppresso il ruolo di ricercatore (i concorsi per ricercatore sarebbero però stati attivi fino al settembre 2013) sostituendolo con contratti triennali rinnovabili. Il ministro Mussi è stato, rispetto alla Moratti, una controriforma: ha di fatto fermato la valutazione, ha reintrodotto le due idoneità (sicuramente con un consenso politico pressoché unanime) e ha avviato una disciplina diretta a correggere i pasticci fatti dalle facoltà sui corsi di laurea, guidata evidentemente dall’idea che sarebbe stato possibile avere buone lauree semplicemente imponendo vincoli di natura quantitativa alle facoltà. Il ministro Gelmini rappresenta la continuità con Mussi: ha mantenuto per due anni ferma la valutazione (il CIVR è stato riattivato solo pochi giorni fa), ha rafforzato ancora i vincoli sui corsi di laurea e soprattutto ha avviato una ampia riforma – l’attuale disegno di legge - adottando sempre l’impostazione Mussi, ossia fondandosi sull’idea che sia possa risollevare l’università attraverso una quantità di vincoli di natura essenzialmente quantitativa. E’un approccio che include il rafforzamento del governo centrale delle università. La linea dei due ultimi ministri avrà conseguenze pesanti per l’università.  Vediamo perché.

L’università italiana oggi e fra dieci anni. La situazione dell’università italiana già oggi, rispetto a tutti gli indicatori significativi, e’ preoccupante. Per gli indicatori, la scelta va al lettore, fra quelli che la comunità internazionale accetta come misure fedeli di qualità. Per esempio, il numero di citazioni in uno qualunque degli indici disponibili. Il numero di pubblicazioni in riviste peer-reviewed, le prime dieci di ogni disciplina. Il numero di grants ottenuti in competizioni internazionali. Il numero di studenti di dottorato di paesi stranieri che vengono a studiare in Italia.

La posizione in una delle tante classifiche delle università mondiali. Una qualunque di queste misura, o una media ponderata. Il risultato sarà sempre lo stesso.  Guardiamo a quelli più significativi. Per numero di articoli scientifici pubblicati (dati Eurostat, 2005) per numero di abitante l’ Italia è sotto alla media europea, insieme a Spagna, Grecia, Repubblica Ceca, Ungheria. Sopra la media ci sono paesi che sembra naturale aspettarsi: Svezia, (circa tre volte il nostro numero), Danimarca, giù fino a Belgio e all’Austria (che ne hanno un terzo più di noi). La percentuale dei brevetti all’ Ufficio Patenti USA ci vede con meno di un punto percentuale (0.77, per la precisione: Taiwan da solo ne ha più di 4, il Giappone 18). Quel che e’ peggio, questo indicatore sta peggiorando: siamo scesi dal 1995, e ci hanno superato paesi piccoli come l’Olanda e Israele (fonte NSF, Science and Engineering Indicators, 2008, 6-37). Questi dati concordano con i risultati dell’Academic Ranking of World Universities, dove le università italiane non hanno prestazioni eccellenti, che danno circa l’ 80 per cento del peso a indicatori di qualità della ricerca.
Facciamo ora una predizione facile: Fra dieci anni l’università italiana sarà rispetto a quegli indicatori in una situazione di gran lunga peggiore di quella attuale. Fra dieci anni saremo di gran lunga al di sotto degli altri paesi europei, come Inghilterra, Germania, Francia, a grande distanza dagli Stati Uniti, con una distanza sempre più breve dai paesi emergenti come Polonia.
La ragione per una predizione che sembra pessimistica, ma è solo realistica, è semplice. Il disegno di legge, e il dibattito che lo ha seguito, ha sempre ignorato la questione fondamentale da affrontare. Ricordiamola. L’ università e’ il luogo ideale dove si svolgono didattica e ricerca. Una università eccellente eccelle in tutti e due. Ma la didattica non può trainare la ricerca, mentre la ricerca può trainare la didattica. Stiamo parlando qui di un sistema universitario, non di una singola istituzione. Chi indica i colleges inglesi (anche i più prestigiosi) come il luogo in cui la didattica eccelle perché i docenti seguono one-to-one and face-to-face gli studenti non capisce una distinzione fondamentale. Nei colleges di Cambridge  (King’s, Trinity, i classici colleges) si fa didattica, non si fa ricerca. I tutors che insegnano ``fino ad avere la faccia blu’’ non sono i ricercatori prestigiosi, e non sono quelli che fanno la qualita’ delle universita’. Questi sono nei dipartimenti, nei laboratori, nel Downing Site, nel New Cavendish. Chi indica i colleges come esempio da seguire conferma in modo drammatico la incomprensione alla base del fallimento in fieri della nostra università. Chi indica il problema della univesità italiana nella facilità ad iscriversi e difficoltà a laurearsi (un esempio qui) sta ancora parlando della didattica. Cercare di curare questo sintomo preoccupante significa appunto curare un sintomo. Il male è un altro. L’università vive se è il luogo di produzione di ricerca eccellente. La legge che si sta realizzando manca questo punto fondamentale, e condanna l’università italiana a un futuro di secondo ordine. Così come non abbiamo una industria elettronica, così non avremo una università eccellente.

Il DDL e il dibattito in Senato. Perché il DDL manchi questo punto fondamentale lo abbiamo già detto in diverse sedi (ad esempio qui). Il rafforzamento della governance centrale da un lato non fa che formalizzare gli attuali poteri di fatto del rettore e dall’altro apre a nuovi rischi di gestioni clientelari, la iper-regolamentazione è una falsa soluzione di pressoché qualunque problema, gli incentivi sono rinviati  a decreti del governo senza fornire vere direttive. Sintetizzando: la riforma applica all’università una sorta di modello di centralismo democratico, centrato sulla figura del rettore. Gli emendamenti del relatore Valditara attenuano la democrazia - e questo non è un male considerato che si tratta di una democrazia puramente fittizia -, e inaspriscono il centralismo - e questo è un male poiché il centralismo disegnato non ha nulla ha che vedere con un ammodernamento del sistema, non ha nulla  a che vedere con ciò che realmente serve, un accettabile sistema di incentivi. Per il primo aspetto si segnala che gli emendamenti Valditara rinviano sostanzialmente alle sedi la decisione sull’inclusione o meno del personale tecnico-amministrativo nell’elettorato attivo per l’elezione del rettore. Per il secondo aspetto si segnala che gli emendamenti Valditara richiedono l’autorizzazione del rettore perché i docenti possano svolgere attività di didattica o di ricerca esterna all’ateneo, e attribuiscono al rettore l’attivazione di provvedimenti disciplinari nei confronti dei docenti. Queste innovazioni non sono esattamente efficienti, anzi sono pericolose, in un contesto in cui il rettore è eletto da tutti i docenti, come il disegno prevede con il benestare di tutte le parti politiche.
Gli emendamenti dell’opposizione PD  accettano l’impianto della riforma, non contrappongono ad essa una visione dell’università , la quale sembra mancare al PD come sembra mancare al PDL, e propongono solo di dosare in modo un po’ diverso centralismo e democrazia, conferendo un maggior ruolo al Senato Accademico.

Il rapporto fra dipartimenti e facoltà. Iniziamo con una nota positiva. Indubbiamente nel ddl c’è una importante innovazione: le chiamata di nuovi professori, seppure solo come proposte di chiamata,  sono affidate ai Dipartimenti. Oggi le chiamate sono fatte dalle facoltà. Ma le relazioni tra dipartimenti e facoltà e come vengono istituiti nuovi posti di ruolo è oscuro nel disegno di legge e non toccato negli emendamenti. La rilevanza di questa innovazione è dunque tutta da verificare nei fatti. Valditara va incontro alle facoltà, ossia al mantenimento dello status quo , stabilendo semplicemente che le facoltà di un ateneo non possano essere più di dodici.  Il suo emendamento attenua il vincolo della stesura originaria del ddl, che prevedeva un numero di facoltà proporzionato alle dimensioni dell’ateneo. Noi vediamo all’orizzonte lotte e impegno straordinari nei nostri atenei per , nella sostanza, semplici permutazioni . Ce ne era bisogno?
 
Gli incentivi. Il ddl attribuisce 5 deleghe al Governo per decreti su 5 ambiti. Valditara non tocca la prima delega che è quella relativa agli incentivi. Ed e’ un male, perché questa delega, pur stabilendo criteri, li formula in modo genericissimo e dunque non fornisce alcun indirizzo per l’elaborazione di uno schema di incentivi. Valditara si occupa invece della delega relativa alle attività del personale docente. Propone di annullarla e che il ddl formuli direttamente regole sul tema: lo stato giuridico dei docenti. L’idea di Valditara è che solo le università hanno competenza a valutare i propri docenti e le valutazioni dell’ANVUR siano fatte al solo fine di permettere o meno la partecipazione dei docenti a commissioni di concorso. All’ANVUR, l’emendamento Valditara indica come criterio di valutazione la presenza continuativa nel dibattito scientifico, attestata da pubblicazioni su riviste accreditate. Niente altro. D’altro lato i docenti sono valutati dalla propria università ai fini dell’ottenimento dello scatto stipendiale. La valutazione è una valutazione  “del complessivo impegno didattico, di ricerca e gestionale”. Con questo ampio spettro di parametri da valutare ci sarà sempre il modo di promuovere tutti, e certamente chi è più allineato alla governance del momento.
Infine, con questa base l’istituzione in ciascun ateneo di un Fondo per la premialità dei docenti, un fondo alimentato dalle risorse liberate dai mancati scatti di carriera, servirà ben poco a incentivi significativi.

Che Fare. Per tutelare la ricerca il disegno deve realizzare alcune semplici ma fondamentali condizioni. Per prima cosa, occorre rafforzare il CIVR, come organo con il compito esclusivo di valutazione della ricerca. Secondo, il disegno deve enunciare chiaramente  l'obiettivo  “a regime” della quota del finanziamento degli atenei che va alla ricerca nonché il piano per il raggiungimento della quota “a regime”. Il disegno deve anche stabilire come questa quota deve essere amministrata, e gli incentivi usati per allocare questi fondi. Siccome il luogo di produzione della ricerca sono i dipartimenti, i dipartimenti devono anche essere i destinatari principali di questa quota,  in base alla qualità della ricerca prodotta. L’intervento dei singoli atenei, in questa allocazione, deve essere il più possibile limitato: le mediazioni dei rettori e dei CdA vanno ridotte al minimo.
Infine, va affrontata davvero la questione degli incentivi personali ai ricercatori: il decreto deve stabilire che parte di questa quota debba contenere anche incentivi personali per i ricercatori. I vincoli a questa componente della retribuzione devono essere minimi. La qualità della ricerca individuale deve essere valutata al di fuori dell’ateneo, o con l’ausilio di criteri oggettivi, o con valutazioni offerte da organismi come il CIVR.
 
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