Paola Potestio* places the draft legislation passed on November 6 by the Italian Council of Ministries ( Decreto Legge) within the context of the hotly contested Legge 133/08. On the merits, the article highlights encouraging steps introduced by the draft proposal as well as the unresolved issues in the critical areas of research funding allocation, means for the evaluation of results, and the Italian promotion system.
* Professor of Economia politica at Roma 3 and Former dean of the faculty of economics from 1998 to september 2008, Roma 3, Author of the forthcoming book: "L'università italiana. Un irrimediabile declino?"
Le “disposizioni urgenti” sull’università - di Paola Potestio
Il decreto sull’università, presentato alla stampa dal ministro Gelmini lo scorso 6 novembre, contiene alcuni segnali di svolta. E’ un decreto che fa seguito ai provvedimenti presi nella legge 133/08 e al successivo stato di “agitazione” del mondo universitario. Le agitazioni, usuale reazione nel nostro paese a ogni decisione di contenimento di spesa pubblica, hanno spaziato da movimenti di piazza agli appelli di illustri docenti di bloccare addirittura l’apertura dell’anno accademico. Conviene dunque, preliminarmente, inquadrare il decreto nelle vicende che lo hanno in qualche misura sollecitato.
Operativamente, la legge 133/08 prende un solo provvedimento: una riduzione del turn over e un conseguente taglio al Fondo di Finanziamento Ordinario delle università. Il taglio è spalmato, in entità crescenti, sugli anni 2009-2013 ed è complessivamente pari a 1,4 milioni di euro. La misura è certo drastica e impone subito razionalizzazioni, la cui necessità, tuttavia, è difficilmente contestabile se solo si tiene conto dei recenti, enormi impegni di risorse da parte degli atenei nelle promozioni di carriera del proprio personale docente. Molta strumentalizzazione politica ha accompagnato le proteste contro questa legge e molte forzature ne hanno distorto la lettura, presentandola addirittura come un attacco alla ricerca. Reale, d’altro lato, è stata la preoccupazione che i tagli non si accompagnassero a un’ampia opera di riforma dell’università.
Il decreto appena presentato dà un concreto segnale in questa direzione. Un ridimensionamento dei tagli al turnover della Legge 133/08 si unisce nel decreto a interventi che impongono alcune razionalizzazioni della spesa e che si indirizzano a una più efficiente conduzione dell’università. Il turnover è limitato al 50 per cento dei pensionamenti dell’anno precedente e le somme che si liberano devono essere destinate, almeno nella misura del 60%, alla assunzione di ricercatori; atenei che spendono per il personale più del 90% del finanziamento ordinario dello stato non possono bandire nuovi concorsi; risorse aggiuntive sono dedicate al diritto allo studio: 135 milioni di euro per borse di studio e 65 milioni per residenze universitarie; il 7% del finanziamento ordinario sarà ripartito tra gli atenei sulla base dei risultati dell’attività didattica e di ricerca e del ridimensionamento del numero delle lauree e delle sedi; le commissioni dei concorsi banditi nel 2008 per posti di professore ordinario ed associato saranno composte da un membro interno e da 4 membri (professori ordinari e straordinari) sorteggiati nella rosa dei 12 più votati.
Vale ripetere: sono misure importanti soprattutto per il segnale di rinnovamento che si dà. Merita attenzione anche la decisione di coprire gli oneri finanziari del decreto attraverso riduzioni delle dotazioni finanziarie delle missioni di spesa di ciascun ministero.
Per quanto riguarda commenti di merito, ottima, innanzi tutto, è la decisione di potenziare le risorse per il diritto allo studio. Egualmente importante è la decisione di innalzare, finalmente, la quota di finanziamento da ripartire sulla base dei risultati conseguiti nei singoli atenei. Qui, però, vanno fatte due osservazioni. Come si misureranno i risultati della attività didattica? Con l’attuale riferimento operativo - il modello elaborato qualche anno fa dal Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario per la ripartizione del FFO tra gli atenei - i risultati dei processi formativi sono misurati in termini di crediti formativi universitari (CFU) acquisiti. Un caveat è necessario. Attenzione: si tratta di un indicatore che non necessariamente esprime impegno e qualità didattica degli atenei! Può invece sollecitare una concorrenza al ribasso tra gli atenei. Una qualche riconsiderazione di questo indicatore sarebbe opportuna. La seconda osservazione: l’unica valutazione dei risultati della ricerca è stata fatta dal CIVR, su impulso del ministro Moratti, per il triennio 2001-2003. Il ministro Mussi ha rallentato l’attività del CIVR e nessun aggiornamento di quella valutazione è stato compiuto. Ovviamente, molte cose succedono nell’ambito della ricerca in 5 anni. Dunque utilizzare oggi i risultati della valutazione 2001-2003 provocherà, con ogni probabilità, qualche distorsione. La prosecuzione della valutazione della ricerca agli anni successivi diventa, così, uno degli obiettivi più urgenti che il ministro Gelmini dovrebbe porsi. Apprezzamento merita anche la correzione della composizione delle commissioni di concorso per posti di professore. Realisticamente, le agitazioni e la strumentalizzazione politica non consentivano di più. Il sorteggio dei commissari, in luogo di elezioni pilotate dagli accordi tra la miriade di cordate che si sono formate nel nostro tessuto universitario, è un passo in avanti. Sicuramente molti piani, di esimi e soprattutto meno esimi professori, sono oggi scombussolati e una quantità di calcolatrici saranno impegnate per i nuovi conteggi di voti. Verosimilmente, la correzione del decreto aiuterà la serietà del concorso, ma non sarà risolutiva.
Rimane, invece, del tutto aperto il problema della correzione delle regole sui giudizi di conferma, a cui ogni vincitore di concorso è sottoposto dopo un triennio. Due interventi sono ormai necessari: fissare regole adeguate sulla composizione delle commissioni di conferma, abbattendo possibilmente i confini nazionali, e abolire una vecchia norma ancora in vigore, la quale dispone che il non ottenimento della conferma comporta, dopo due giudizi negativi, la dispensa dal servizio. Occorre, cioè, sancire che il non ottenimento della conferma non pregiudica il mantenimento di un ruolo inferiore già acquisito. Senza un paracadute di questo tipo, nessun giudizio di conferma in Italia sarà un qualcosa di diverso da una pura formalità. Un chiaro segnale, fin da oggi, di una volontà di cambiamento anche in questa direzione sarebbe analogamente significativo e importante.
Infine, una osservazione di natura più politica. Le proteste non sono finite e, in particolare, la piazza rimane turbolenta. Ma c’è un fatto nuovo: la reazione di apertura e di apprezzamento di una parte dell’opposizione a questo decreto sull’università. Il richiamo di Francesco Giavazzi, dalle colonne del Corriere, a non ridurre l’università “uno dei tanti temi di scontro politico” sembra aver avuto un qualche effetto, che dobbiamo sperare, con tutte le forze, duraturo. Questo è molto importante, poiché nessuna vera riforma dell’università sarà possibile in una competizione politica al ribasso.
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