Il tuo laboratorio ha scoperto di recente una tecnica rivoluzionaria per la lotta contro i tumori -
Scientific American: il Fasting, ovvero affamare le cellule sane e quelle tumorali prima del trattamento con la chemio. Di cosa si tratta esattamente? Gli studi cellulari di riprogrammazione hanno a che fare con temi del tipo: come fai a rendere una cellula altamente resistente al danno interno - e quindi all’invecchiamento - e allo stesso tempo altamente resistente al danno esterno? Questo è il tipo di ricerca che portiamo avanti da anni nel mio laboratorio a Los Angeles. Per la ricerca sul ‘fasting’ il nostro problema era quasi di natura pratica: come portare nella maniera piu’ veloce e semplice le nostre scoperte sulla riprogrammazione cellulare fino al paziente. La risposta è: con il digiuno. Sapevamo benissimo dalle nostre precedenti ricerche sui lieviti (Baker’s Yeast) che in questi microrganismi bastano 48 ore di digiuno, nutriti di solo acqua, per farli diventare altamente resistenti. Sapevamo dai nostri studi sulle cellule dei mammiferi che potevamo ottenere cose simili anche in questi tessuti. Ero quindi abbastanza sicuro che avrebbe funzionato o almeno migliorato le cose anche nei topi e per gli uomini. Siamo partiti con degli esperimenti sui topi e abbiamo confermato la nostra teoria con risultati stupefacenti, superiori alle aspettative: tutti i topi vivi avevano subito il trattamento del digiuno. Non avrei mai pensato che questa tecnica potesse funzionare subito e così bene. (
VIDEO:
Valter Longo : Groundbreaking Discovery Cancer Research)
A che punto siete con la sperimentazione?
La tecnica è già stata adottata da istituti clinici pioneri e la cosa si sta espandendo. Non conosco i numeri esatti ma in base a quello che abbiamo visto e sentito speculiamo che potrebbero già essere migliaia le persone che nel mondo stanno usando il Fasting abbinato alla chemioterapia. I risultati di questi pazienti sono molto positivi.Vediamo fin dove riusciamo ad arrivare. All’inizio si parlava di riduzione degli effetti della chemio; nei lieviti siamo arrivati a 10.000 volte. Se riuscissimo ad arrivare a 50 volte negli uomini sarebbe già una grande differenza nella lotta contro il cancro. Stiamo anche cercando di ricreare il digiuno con dei farmaci che utilizzino sostanze nutraceutiche e substitution food. Siamo molto vicini a realizzare il farmaco. Abbiamo ottenuto un grant per questo e per la parte clinica. Il primo studio clinico sul fasting sui pazienti sarasvolto entro i prossimi sei mesi.
La ricerca pura spesso non riesce a trovare applicazioni in clinica. Da qui nasce tutto il mio entusiasmo per questa ricerca sul digiuno. E’ sempre stato un mio obiettivo quello di arrivare in clinica, una volta trovata una ricerca adatta.
Che tipo di studi e idee sono dietro questa scoperta?La tecnica del fasting è un modo semplice per arrivare subito a questi effetti. Noi però nel mio laboratorio studiamo il re-programming delle cellule: operiamo varie mutazioni nella cellula ottenendo cellule da mille a diecimila volte più resistenti a tipi di tossine diverse. E abbiamo scoperto che basta trasformare queste stesse cellule ed introdurre un oncogene o una proteina simile all’oncogene, che la renda predisposte al cancro, e tutta la protezione si annulla di colpo o addirittura la cellula diventa ancora piu’ sensibile alla chemioterapia. Di qui l’ipotesi che tutte le cellule cancerogene non siano in grado di risponderea questo particolare ordine protettivo. Lo stesso ordine che alla fine ha a che fare con i sistemi di antinvecchiamento. Nel mio laboratorio facciamo ricerca sulla riprogrammazione delle cellule e riusciamo a farle vivere anche dieci/venti volte di più. Ma le stesse cellule che vivono dieci volte tanto sono quelle che risultano mille volte più resistenti alla chemioterapia. Sono come delle supercellule. Anche nel loro trade-off inquanto crescono e si riproducono più lentamente. In effetti l’unico grosso svantaggio è di non poter investire tutta l’energia nella riproduzione, ma molti organismi inclusi gli uomini si riproducono solo poche volte nella loro vita.
La stampa ha scritto molto sulle tue ricerche sul lievito. Alcuni giornali affermano che potrebbero essere la scoperta che farà vivere l’uomo fino a 800 anni. Nel lievito siamo arrivati a questo record di estensione della vita, che poi dalla stampa internazionale è stata tradotta come il modo di far vivere gli uomini fino a 800 anni. Ovviamente non è vero. E’ divertente vedere la traduzione delle cose che vengono dette da noi scienziati. In America ogni tanto esagerano però siccome hanno paura delle cause legali in genere ci stanno molto attenti. Poi si passa all’inghilterra. Qui iniziano ad avere una versione parzialmente diversa. E poi ci sono le versione della Turchia, della Grecia, etc. Secondo loro siamo già sulla buona strada per scoprire l’immortalità dell’uomo.
Il tuo laboratorio collabora anche con il dott. Jaime Guevara, un endocrinologo di Quito, che da anni studia un popolazione indigena dell’Ecuador affetta dalla sindrome di Larson -
ABC News. Una malattia che blocca l’ormone della crescita e che, a quanto pare, rende i malati immuni dal cancro e dal diabete. Una prima conferma sull’uomo delle tue scoperte quindi. In un certo senso si, se verrà confermata. Anni fa abbiamo dimostrato che esistono dei sistemi nel lievito che durante l’invecchiamento proteggono il DNA contro il suo danneggiamento. E’ una proprietà fondamentale di tutte le cellule. Un uomo con questo stesso tipo di mutazioni dovrebbe avere una protezione naturale contro il cancro. E in effetti per ora il mio collega che segue i suoi pazienti laggiù da più di vent’anni non ha mai visto il cancro in questi pazienti. Questa è un’altra ricerca che stiamo portando avanti sul Cancer Prevention and DNA Protection.
Come ti spieghi tutto il successo e l’attenzione scientifica che hai ricevuto quest’anno?
Quest’anno è stato davvero un anno particolare, in cui tre nostre ricerche hanno avuto molto impatto anche nei media. Dietro però ci sono quasi 20 anni di lavoro sulla riprogrammazione cellulare che alla fine hanno dato i suoi frutti in varie direzioni. Quando conosci così bene una cellula e la sai programmare, anche il cancro, che può sembrare una cosa impossibile vista da fuori, dal punto di vista del riprogrammatore inizia a sembrare una cosa relativamente semplice al confronto ad esempio con un’altra malattia che stiamo sempre studiando, l’Alzheimer. Questo è il potere della biologia molecolare. Comunque, da qui a curare il cancro c’è di mezzo il mare. L’NIH spinge molto su questo tipo di ricerca di base mentre in Italia ci sono sempre stati problemi: quando non lavori su uomo o topo sembra che stai perdendo il tuo tempo. In Italia uno studio sul lievito è visto come una perdita di tempo. E questo è un problema sicuramente da cambiare. Spesso è dalla ricerca molto di base che invece vengono fuori le grandi scoperte.
Che cosa potrebbe fare ISSNAF per la ricerca italiana?ISSNAF è una gran idea ma anche una grande sfida, dal momento che - ma è solo una mia impressione - l’Italia sembra non voler l’aiuto degli italiani che dirigono laboratory americani. Siamo visti un po’ come degli “outsiders”. La grande impresa di ISSNAF potrebbe essere quella di aiutare i ricercatori Italiani, che vogliono vedere l’Italia tra le grandi della ricerca, a cambiare la leadership sia universitaria che politica e inoltre a cambiare le leggi e i regolamenti. Ad esempio, la creazione di commissioni “untouchable” composte da stranieri per assegnare i posti da ricercatore/professore e i grants in Italia, potrebbe risolverebbe un bel po' di problemi. Sul sito Issnaf.org vorrei vedere la denuncia dei leader sia politici che scientifici che fanno danno alla ricerca ma anche all’economia italiana. Un po' come ha fatto
Nature Magazine in diverse occasioni contro il CNR. Sarebbe interessante anche avere grafici e numeri che dimostrino quanto e’ importante la ricerca universitaria per l’economia di un paese.
Chi sono i giovani scienziati che lavorano nel tuo Lab e che hanno contribuito a queste scoperte?Nel mio laboratorio siamo una ventina. Ognuno porta avanti un progetto diverso: c’è chi lavora sull’invecchiamento nei batteri, chi sulla parte clinica degli esperimenti, chi si occupa di biologia molecolare. Nel mio Lab ci sono parecchi italiani. Alcuni vengono per periodi brevi e poi tornano in Italia, altri invece sono da molti anni qui con me. Nella mia esperienza lo scienziato italiano in genere è molto preparato e ha molta voglia di fare e di mettersi in gioco. Ci sono persone che hanno avuto la chance di venire qui e che sono rimaste perché si sono trovate bene. Negli Stati Uniti ci sono fondi per la scienza e c’è la volontà di andare dietro alle grandi scoperte. Ho delle collaborazioni e dei contatti con l’università di Pisa, con l’Università di Genova e con Roma. Quando rientro in Italia trovo sempre qualcuno che vuole venire a fare un’esperienza all’estero e se c’è la possibilità lo faccio venire volentieri.
E’ vero che sei venuto negli Stati Uniti per fare musica?
Sono venuto a studiare, o almeno a suonare, la musica e fare il chitarrista rockstar. Questo era il piano. Io sono di Genova e a 16 anni sono partito per gli Stati Uniti come musicista. Sono andato a Chicago dove ho studiato Blues e Be-bop. Poi sono andato all’Università in Texas dove c’era un grande programma di Jazz. Il secondo anno mi volevano obbligare a fare il direttore della Marching Band, della banda dell’Università. In questo modo volevano farmi diventare un insegnante, sapendo che nella musica non tutti possono diventare delle star. Anzi quasi tutti non diventano delle star. Quello è stato il momento in cui sono passato alla biochimica perché mi sono rifiutato di fare il direttore della banda. Ho sempre avuto questo interesse sull’invecchiamento, però la musica era la cosa che sapevo fare. E lì appena mi hanno dato questa spinta sono andato a biochimica e mi sono presentato dicendo: “Voglio studiare l’invecchiamento”. Capire le cause della vita e della morte mi sembrava una cosa così eccezionale che non aveva rivali, inclusa la musica. Stiamo parlando del fondamento della vita, di temi che sono filosofici. Mi ricordo che il Chairman del Dipartimento di Biochimica non mi prese molto seriamente. Mi guardavano come un giovane matto, anche perché poi non avevo mai fatto biologia. Pensavano che non ce l’avrei mai fatta. Ed invece ho continuato con la biochimica, ho fatto il PhD a UCLA e poi neurobiologia a USC con un famoso biogerentologo Caleb Finch.
Cosa hai scoperto dopo tutti questi anni sul fenomeno dell’invecchiamento?Le mie ricerche mi hanno permesso di formulare due nuove teorie sull’invecchiamento. La teoria della longevità programmata dove propongo che siamo come una macchina programmata per vivere un certo lasso di tempo finchè il programma, pur non avendo una scadenza precisa, fallisce piano piano e permette all’organismo di morire. C’è poi la teoria della morte programmata che ho introdotto nel 2004-2005 quando abbiamo dimostrato che in certe condizioni l’organismo addirittura si suicida per non farti vivere troppo a lungo. Ha lo scopo di mantenere il numero giusto di persone in base alle risorse a disposizione. Un problema che affronteremo fra non molto, credo. Esiste la possibilità che tutti gli organismi abbiano inscritto l’abilità di controllare il proprio invecchiamento anche perché se non lo facessero la propria specie sparirebbe. Nel lievito quasi sicuramente esistono dei meccanismi che favoriscono l’invecchiamento. Nell’uomo non si sa. Però questo è qualcosa che dal punto puramente scientifico mi ha sempre interessato.
E la tua passione per la musica?Ho sempre continuato a suonare musica. Ho fatto parte di una band a Los Angeles che ha avuto anche un discreto successo. Però avendo sempre un piede in laboratorio e una mano nel rock, a un certo punto mi hanno detto chiaramente che avrei dovuto decidere perché le università americane. vogliono sapere che hai un unico interesse: la ricerca. Soprattutto nelle coste Ovest e Est, le università più prestigiose ricevono da 150 a 500 domande all’anno e devono scegliere una sola persona. La passione per la musica continua tutt’ora. Ho sempre continuato a suonare. Qualche mese fa ho registrato delle canzoni con una cantante italo-americana.