Da alcuni mesi sono in circolazione bozze di un ampio progetto di legge sull’università, più volte annunciato come imminente. Una stesura definitiva non ha, però, accompagnato nemmeno la tavola rotonda di presentazione del progetto, svoltasi al Senato qualche giorno fa, con i ministri Gelmini e Tremonti. Dalle colonne del Corriere, Francesco Giavazzi ha invitato il ministro a superare le resistenze, da lui individuate in rettori, vecchi baroni, grand commis del ministero, e a varare senz’altro il progetto che, “almeno nelle versioni più coraggiose circolate sulla rete”, affronta molti dei mali dell’università.
Io credo che vadano poste al ministro sollecitazioni un po’ diverse. Che vi sia un ritardo di azione in un comparto cruciale e sempre più debole, quale è la nostra università, è indiscutibile. Ma interrogativi e perplessità si collegano a ben più di un aspetto: il rinvio di decisioni possibili e utilissime, la scelta dei campi di intervento, le linee programmate di intervento.
E’ tuttavia utile, preliminarmente, sgombrare il campo da equivoci, riconoscendo che l’affermazione di merito ed efficienza appare senz’altro l’obbiettivo di fondo del ministro Gelmini. Per i valori cui tende, Ella merita pieno rispetto e solidarietà. Ma – si sa - dalle ispirazioni ai provvedimenti concreti, presi o mancati, vi sono attività complesse, cui partecipano una quantità di persone e su cui possono gravare molti condizionamenti. Conservare intatte le ispirazioni nei concreti provvedimenti non è semplice né, tanto meno, scontato.
L’interrogativo più pesante si pone in merito al CIVR, il Comitato che su impulso del ministro Moratti ha compiuto il primo esercizio di valutazione della ricerca in Italia, per il periodo 2001-03. Dopo più di un anno dall’insediamento del nuovo governo nessuna decisone è stata presa di utilizzare la struttura esistente per proseguire quell’esercizio, eventualmente migliorandolo, ampliandolo e impegnandovi risorse aggiuntive. Perché? Eppure era del tutto evidente che la concreta attivazione dell’ANVUR (
Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca), tuttora ancora nella fase della definizione della regole, avrebbe comportato ulteriori, pesanti ritardi nella valutazione della ricerca. Collegare, come finalmente ci si avvia a fare, una quota dei finanziamenti dello stato ai risultati della ricerca rende indispensabile un tempestivo aggiornamento della valutazione. Utilizzare nella distribuzione della quota premiale del 7% del FFO del 2009 la valutazione CIVR 2001-2003, e continuare a farlo nell’attesa della piena operatività dell’ANVUR, è francamente sorprendente.
Questo ritardo è un errore grave dell’attuale governo. Purtroppo non sembra esservi consapevolezza che il timore di una cattiva valutazione della ricerca e di possibili conseguenze sui finanziamenti non è a tutt’oggi avvertito in buona parte dei nostri atenei e che una quantità di immissioni in ruolo è stata fatta, ed è fatta, in modo del tutto indipendente da obiettivi di premio al merito e di competitività, nella certezza che nessuno ne pagherà le conseguenze o che, se conseguenze mai vi fossero, queste ricadrebbero su altre persone o altre generazioni.
Non ritardare ulteriormente, rispetto ai rinvii del precedente ministro, una attività di valutazione (pur con alcuni limiti) era e rimane il segnale più importante e il provvedimento più incisivo per un cambiamento.
Timori che su questioni cruciali si perdano le ispirazioni enunciate dal ministro sorgono anche dal provvedimento di legge in arrivo. La mancanza di un testo definitivo e una qualche contraddittorietà di notizie sconsigliano osservazioni puntuali sulle bozze circolate. Ma commenti più generali sono certo possibili.
L’impostazione del progetto, fondata al contempo su regole rigide (e tantissime) e su tentativi di mediazioni politiche (soprattutto con rettori e opposizione) mi lascia alquanto perplessa. Per quanto riguarda le regole, si coltiva nel progetto l’illusione che esse possano essere risolutive, che da sole, cioè, possano risolvere i problemi. Da qui una particolare abbondanza di disposizioni. Per quanto riguarda le mediazioni, non sembrano esercitate verso obiettivi più avanzati. Al contrario, su aspetti cruciali della vita universitaria, o non si ravvisano veri cambiamenti o i cambiamenti che si prospettano espongono a nuovi pericoli. Mi riferisco in particolare a tre questioni: governance, settori scientifico disciplinari, selezione della docenza.

Il modello di
governance che si delinea accentra sul rettore un potere straordinario, rende non elettivo il Consiglio di Amministrazione, il nuovo vero organo deliberante dell’ateneo, e ne apre la composizione a una consistente presenza di membri esterni all’ateneo. I nuovi scenari che da un tale modello si possono aprire in molti atenei non sono tranquillizzanti. L’impressione è che si stia facendo ancora una volta un autentico salto nel buio, esattamente come si fece introducendo l’autonomia degli atenei senza alcun progetto di autonomia, i concorsi locali con le triple e doppie idoneità senza alcuna idea di crescita degli organici, il 3+2 senza alcuna idea delle conseguenze che il tessuto corporativo della nostra università avrebbe prodotto sugli ordinamenti didattici.
Il potere dei rettori: è già notevolissimo, e non ha dato grandi risultati. Davvero si può credere che ai deludenti esiti, finanziari e non, di molti atenei i rettori siano stati costretti o che quegli esiti si siano avuti perché i rettori difettavano di competenze gestionali?
La governance è, assai spesso, espressione diretta della struttura per corporazioni del nostro sistema universitario o, ove si connoti (assai meno spesso, temo) per maggiore indipendenza, è sottoposta comunque ai condizionamenti delle corporazioni. Superare davvero questi vincoli richiede di superare, o di indebolire fortemente, la struttura per corporazioni. Oltre ciò, una governance più efficiente richiede ovviamente un collaudato sistema di valutazione cui siano pesantemente legati i finanziamenti ai singoli atenei e alle singole unità. Al di fuori di queste (radicali) innovazioni, ben difficilmente cambierà qualcosa nei prevalenti stili di governo. Incidentalmente qui, le resistenze dei rettori, cui Giavazzi accenna, a una modifica del meccanismo di elezione sono indicative di quanto la governance dei nostri atenei sia espressione diretta della struttura per corporazioni.
Giavazzi afferma anche che “i rettori si oppongono alla proposta di vedersi sottratta la presidenza del CdA degli atenei”. Le bozze del progetto non lasciano intravedere sviluppi di questo tipo. Ma, si tratta comunque di un’ipotesi auspicabile? Il quesito si collega a un’altra innovazione: l’apertura del CdA a membri esterni all’università, non come opzione aperta agli statuti degli atenei (come oggi è) ma come composizione obbligata, imposta per legge. Si tratta in sostanza della rinuncia, condivisa da governo e opposizione, all’autogoverno degli atenei. Io vedo in ciò gravi pericoli, e non credo affatto che occorra una vista particolarmente buona per accorgersene.
Dovrebbe esser noto a tutti che attività ed elezione del rettore sono gli aspetti più esposti ad interferenze di natura politica. L’apertura all’esterno del CdA, o della presidenza del CdA, amplia queste possibilità. Ridurre l’autogoverno in assenza di una partecipazione finanziaria esterna aggiuntiva ai finanziamenti pubblici, espone al rischio di accentuare interferenze e clientele politiche, rischio tanto maggiore quanto minore è la forza scientifica di un ateneo o delle sue componenti. Una ulteriore perdita di indipendenza e di identità degli atenei, verso caratteristiche analoghe a quelle di ASL o aziende municipalizzate, è una prospettiva realistica, seppure non certo per tutte le sedi. L’eterogeneità del tessuto universitario, terribilmente cresciuta nell’ultimo decennio, potrà ulteriormente approfondirsi.
Un ultimo punto. Il progetto limita a 2 i mandati rettorali, per un massimo comunque di 8 anni. Non è un tempo breve. Ma anche questo limite potrebbe favorire ben poco una reale e fisiologica alternanza nella governance. Un più potente rettore potrebbe condizionare la successiva elezione e la nuova prevista figura del direttore generale, nominato su proposta del rettore, potrebbe ben esser funzionale alla continuità di gruppi di potere. Interferenze di natura burocratica-amministrativa nella guida generale di un ateneo (completamente assenti in questi anni?) potrebbero trovare terreno più fertile, e non si tratta di interferenze meno pericolose di quelle politiche.
Qualche sostanziale passo indietro nel disegno della governance è, ritengo, necessario. La pacificazione con i rettori non conduca, insomma, a una riforma della governance che, per come è finora delineata, apre più problemi di quanti certamente ne può risolvere. Con ciò non intendo affatto sostenere che non vi sia un problema di modello di governance. Ma partire da lì, non affrontando direttamente le radici degli attuali problemi, incluso l’attuale demagocicissimo meccanismo elettorale (gli studenti che votano il rettore, il personale tecnico-amministrativo che vota presidi e rettori!), è semplicemente un errore.
I Settori scientifico disciplinari. Il progetto di legge si prefigge di sfoltire l’attuale ramificazione dei settori scientifico disciplinari (oggi, ben 370!), imponendo che ciascun settore comprenda almeno 50 professori ordinari o straordinari. Il vero nodo non è ristrutturare i settori, ma annullare il presidio che i settori esercitano sulle strutture universitarie (sui percorsi didattici, sulla selezione della docenza), il che è quanto dire annullare la base della struttura per corporazioni del nostro tessuto universitario.
Non è difficile supporre che la previsione delle reazioni delle potenti lobby che occupano l’università hanno condotto il ministro, così come gli estensori di un progetto di legge sull’università elaborato dal Partito Democratico, a porre l’obiettivo più limitato di una “rideterminazione” dei settori. Ma, scelta la strada del contenimento numerico, quale sarà l’approdo finale a seguito di tutte le pressioni e le contrattazioni che si svilupperanno su questo punto del progetto di legge? Anche ove non si raggiungessero risultati paradossali, come la scomparsa di nicchie di valore e il mantenimento di riserve protette, la
ricomposizione dei settori manterrà in vita tutti i problemi che la struttura per corporazioni ha generato, in particolare dopo l’introduzione dell’autonomia universitaria.
Nessuna reale svolta si profila, in conclusione, su un aspetto – i settori scientifico disciplinari – che è la principale fonte di distorsione delle decisioni in università.
Il reclutamento. Il progetto prevede una abilitazione scientifica nazionale a lista aperta. La effettiva immissione in ruolo nelle singole sedi è effettuata poi o attraverso una valutazione comparativa o attraverso una chiamata diretta di persone, provviste della necessaria abilitazione, già in forza nell’ateneo. E’ uno schema del tutto analogo a quello tracciato nel progetto del Partito democratico.
Io sono molto critica nei confronti di questo schema. Non so se lo schema ha la funzione di fissare una disciplina transitoria rispetto a un futuro, completo affidamento della selezione ai singoli dipartimenti, affidamento che comporterà di fatto l’eliminazione del presidio delle corporazioni sul reclutamento. Personalmente ritengo che questo sia ciò che occorre oggi approntare: semplicemente, una disciplina transitoria. In una tale fase transitoria, siano le sedi a bandire nuovi posti, specificando senz’altro nel bando la fisionomia scientifica che si vuole acquisire. Ma sul posto bandito, nella mia opinione, deve ancora pronunciarsi nella fase transitoria una vera commissione nazionale, possibilmente con innesti internazionali. Se la sede è insoddisfatta del pronunciamento, deve avere l’opzione di non chiamare.
La lista aperta dello schema Gelmini-Partito Democratico lascia aperto il problema degli idonei e della loro collocazione. Anzi, i recenti tagli al turnover lo renderanno più acuto. Idonei e sindacati continueranno a esercitare pressioni per l’effettiva immissione in ruolo e i “contributi di mobilità” saranno ancora fortemente sollecitati.
Il progetto di legge affronta la questione idonei in un modo singolare: l’abilitazione nazionale, si dispone, sarà basata su criteri fissati per decreto ministeriale. Si spera forse che la severità dei criteri sia in grado di contenere il numero degli abilitati? Comunque sia, hanno senso criteri del ministro per consentire la partecipazione a concorsi o per stabilire le condizioni per l’abilitazione? No! E la sola idea della lenta e faticosa contrattazione che accompagnerà fatalmente la stesura dei decreti è desolante.
Non si può tacere infine un aspetto alquanto curioso. Il progetto di legge prevede che l’abilitazione sia “titolo legittimante la partecipazione ai concorsi per l’accesso alla dirigenza pubblica”. E’ difficile pensare che una tale previsione si unisca di fatto a criteri del ministro molto stringenti.
In definitiva, anche qui, nulla di nuovo sotto il sole.
In conclusione, una esortazione: ci pensi bene, ministro! Anzi, ci ripensi! Perché non spostare l’attuale sforzo di mediazione verso obiettivi diversi e migliori?